Analisi tappa 20 Giro d’Italia 2018

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Dopo l’incredibile frazione che abbiamo visto, potrebbe di nuovo cambiare tutto nella tappa che chiude il trittico, di nuovo molto impegnativa, con la durezza tutta concentrata negli ultimi 85 km, 50 di questi in salita. I primi 130 sono invece estremamente semplici, con solo qualche sali-scendi, quindi per gli scalatori non sarà facile entrare nella fuga del mattino. Gli uomini di classifica che devono recuperare vorranno inserire gregari davanti per eventuali attacchi, così da usarli da ponte, la lotta per anticipare il plotone sarà molto accesa ancora una volta. Senza dubbio le fatiche di una giornata da tregenda si faranno sentire sulle gambe dei corridori, ci potrebbero essere crisi in ogni momento del finale. Provarci dev’essere la parola d’ordine.

Meteo: Si prevede tempo caldo, con possibilità di pioggia nel finale, fattore che potrebbe essere molto importante. Vento debole, ma comunque favorevole per praticamente tutta la tappa, elemento sempre positivo per quelli che vogliono attaccare.

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Mappa interattiva del finale

Si entrerà nel vivo a 85 km dal traguardo, con il Col Tsecore, il più duro di giornata. Come si può vedere dal profilo soprastante, di pianura ce n’è veramente poca, tutto terreno per attaccare. La durezza delle salite è in ordine decrescente, così da costringere a muoversi da lontano se si vogliono fare distacchi, l’ascesa pedalabile verso Cervinia può segnare la fine di ben più di una speranza.

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Lo Tsecore è la salita più adatta per provare qualcosa, anche se è la più lontana dal traguardo. Non è stata mai usata al Giro, ma viene spesso inserita nei percorsi del Giro della Valle d’Aosta (ad esempio nel 2011 e nel 2015, anche usando l’Arlaz prima come nel 2013 e quest’anno), corsa molto importante del calendario under 23. La parte finale è la più dura, con i suoi 3 km all’11,4% di pendenza media. Se uno volesse veramente ribaltare il Giro, sarebbe un buon punto per partire, ma anche una follia. Per essere meno pazzi, per lo meno si potrebbe far attaccare un gregario qui, per poi trovarselo sull’asperità seguente. La discesa è piuttosto tecnica, anche se presenta strada larga.

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Profilo degli ultimi 44 km fatto modificando le altimetrie di cyclingcols

L’accoppiata conclusiva è stata usata in due occasioni al Giro d’Italia: nel 1997, quando Gotti attaccò sul Saint-Pantaléon per prendere la maglia a Tonkov (profilovideo), e più recentemente nel 2015, con la resurrezione di Aru (profilovideo). Come mostrato dal primo, qui si può ribaltare un Giro d’Italia. Questa sequenza è stata più volte proposta al Giro della Valle d’Aosta, che spesso arriva a Cervinia.

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Profilo interattivo

Il Saint-Pantaléon inizia subito forte, con 8 km al 7,9% di pendenza media. Qui bisogna fare un ritmo forsennato se si vuole fare male. Dopo questa sezione spiana un po’, per poi trovare la rampa più dura (12%) a 4 km dalla vetta. Qui si può attaccare se si vuole fare male. Dopo un altro spianamento la strada torna ad inerpicarsi negli ultimi due chilometri, con pendenze anche superiori al 9%. Anche questa discesa è tecnica ma ampia, non sarà semplice fare la differenza.

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Profilo interattivo

L’ascesa di Cervinia non è la più dura della Corsa Rosa, anzi, è la più facile di questa tappa, ma con le sue pendenze pedalabili può fare male, malissimo. In Spagna descrivono questo tipo di salite come pajareras, cioè che portano a crisi (pajaras), e questo vale ancora di più in giorno del genere, dopo un Giro come quello a cui abbiamo assistito. Nel 2012  (profilovideo) Hesjedal, poi vincitore finale, riuscì a staccare tutti gli altri in una giornata molto complicata, guadagnando poi un vantaggio che sarebbe stato chiave per la conquista del Trofeo Senza Fine. Le pendenze non sono impossibile, fatta eccezione per qualche tratto, ma di terreno per guadagnare tempo ce n’è, soprattutto se nelle due asperità precedenti si dovesse essere rotta la corsa. Tutto può cambiare ancora una volta. Il finale spiana, con gli ultimi 2 km che sono totalmente pianeggianti.

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Raffaele Filippetti (@raffilpt)

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